Dietro il sorriso educato, la parlantina sciolta e il catalogo lucido come l’olio santo, c’era la fregatura. Altro che elettrodomestici di qualità: qui si vendeva fumo a peso d’oro, e a pagare erano sempre i soliti noti. Anziani, pensionati, casalinghe. Gente sola, fiduciosa e con la pensione che basta appena a campare, non certo a finanziare Ferrari e vacanze da sogno.
La banda, ora finalmente sgominata dalla Guardia di Finanza di Padova, avrebbe truffato qualcosa come 1200 persone in tutta Italia, Arezzo compresa. Nell’Aretino i colpi sarebbero stati nove, tutti con lo stesso copione: bussano alla porta, tono gentile, faccia pulita e poi la minaccia travestita da obbligo.
«Lei ha firmato anni fa un contratto… quindi deve comprare». E giù a rifilare ferri da stiro, pentole, materassi, cuscini, poltrone reclinabili e pure la magnetoterapia, manco si stesse aprendo un ospedale. Roba spacciata per eccellenza e invece di scarso valore, venduta a prezzi da gioielleria: tra i 5 e i 7 mila euro a botta.
E siccome i soldi non c’erano, ecco il colpo di genio: finanziamento. Così la pensione minima diventava una cambiale a vita. C’è anche il caso di un’anziana che in tre anni ha ricevuto quattro visite e si è ritrovata a sborsare 22mila euro, più 3mila di interessi, con rate che arrivano fino al 2030. Altro che porta a porta: qui era porta aperta e portafoglio svuotato.
Se poi qualcuno provava a dire no, scattava la seconda fase: minacce di azioni legali, contratti fantasma e obblighi inventati di sana pianta. Una pressione psicologica che per molti anziani è bastata a far firmare tutto, pur di non finire “nei guai”.
Intanto, mentre le vittime stringevano la cinghia, i truffatori facevano la bella vita. Secondo gli inquirenti, i profitti – grazie a ricarichi fino all’800% e alle provvigioni sui finanziamenti – servivano a mantenere uno stile di vita da copertina patinata: ristoranti chic, abiti firmati e auto di lusso. Ferrari, Lamborghini, Bentley, Porsche. Altro che pentole antiaderenti: qui scivolava tutto.
L’operazione ha portato a 10 denunce, sequestri per 2,5 milioni di euro e misure cautelari pesanti: carcere per il capo, domiciliari con braccialetto per i fedelissimi, obblighi di dimora e firme quotidiane per gli altri. Al centro delle indagini una società di vendita porta a porta con sede tra Veneto e Padovano, e una rete di aziende “amiche” sparse per l’Italia che si passavano le liste delle potenziali vittime come figurine.
Ora che il giochino è saltato, resta l’amaro in bocca. Perché a rimetterci sono sempre gli stessi: i più fragili. E mentre qualcuno si faceva il giro del mondo in supercar, qualcun altro restava a casa, con una pensione ipotecata e un magazzino pieno di cianfrusaglie. E questa, purtroppo, non è una favola a lieto fine.

