Lo stendino era acciaccato. La ruggine se lo stava mangiando poco alla volta. Da un lato cigolava. Dall’altro aveva smesso di chiudersi, ormai da un po’. Era vecchio ma si sentiva ancora utile. Sulla terrazza, acciaccato com’era, lasciato storto in un angolo, ospitava solo gli stracci umidi per i pavimenti. Niente più magliette, camicie, pantaloni, mutande, calzini. Niente di prezioso, insomma. Ma gli stracci erano pur sempre qualcosa. Delle volte, quando il sole moriva, perfino un uccellino veniva lì a cantare al tramonto. Ed anche l’uccellino era pur sempre qualcosa.
Quando fini in strada sentì il peso degli anni piombargli addosso come un gigantesco chicco di grandine. L’aveva vista e sentita, lui, la grandine. Fiero com’era non se n’era mai preoccupato e alla ruggine dell’umidità ingorda che gli sussurrava “sei finito” non aveva mai dato ascolto.
Finché era successo. Era inevitabile. Uno stendino nuovo era arrivato in terrazza. Lo stendino delle magliette, delle camicie, dei pantaloni, delle mutande e dei calzini era passato ad ospitare gli stracci bagnati. E lui, lo stendino vecchio, quello che aveva smesso di chiudersi, era finito per strada. Senza più nessuno. Senza più consolazioni. Per tirarlo via l’avevano pure spezzato!
Incerto, deluso, affranto, ripensò alle sue gioie. Che bellezza quei panni bagnati! Come gli si stringevano addosso pieni d’affetto! Gli sembravano baci, abbracci e carezze. Se li cullava per ore, soffiando al sole, ascoltando in adorazione il suono dell’acqua che si lasciava cadere sul pavimento. Quelle piccole pozze di specchi che riflettevano lui stesso, i panni, il cielo.
Proprio lì, dove l’avevano abbandonato, vi era sull’asfalto una vecchia macchia d’olio. Lo stendino se n’accorse e sorrise.
“Tu, cara macchia, sarai per stasera il mio conforto. Ti va di sembrare quell’umido che l’acqua colora di scuro? Mentre io farò finta di abbracciare un bucato fresco e profumato. Ti va?”.
Non attese risposta. Non ce ne fu bisogno: era già felice abbastanza.

