Sfatiamo la leggenda di Muzio Scevola, il cui vero nome era Muzio Cordo, appartenente alla gens Mucia, una famiglia originaria di Fontecchio d’Abruzzo. Questa gens ebbe un ruolo rilevante nelle fasi iniziali della Repubblica romana, tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C.
Secondo la tradizione, Muzio fu incaricato di assassinare Porsenna, re etrusco e capo della lega che aveva occupato Roma. Fallito il suo attentato, fu catturato e condotto nell’accampamento del re a Chiusi. Durante l’interrogatorio, dichiarò che ben 300 giovani romani avevano giurato di emularlo per eliminare il nemico.
Un particolare interessante è che Muzio conosceva bene la lingua etrusca, il che fa ipotizzare una sua origine o lunga permanenza in Fontecchio di Città di Castello, area termale situata in una zona un tempo vulcanica e legata a influenze culturali etrusche.
Sempre secondo la leggenda, per dimostrare il proprio coraggio e convincimento, Muzio pose la mano destra sul braciere davanti al re e la ustionò volontariamente, rendendola inutilizzabile. Da quel momento avrebbe usato la sinistra, da cui il soprannome Scevola, ovvero “mancino”.
Tuttavia, la verità storica potrebbe essere molto diversa. Non fu Muzio a bruciare volontariamente la sua mano, ma fu lo stesso Porsenna, come punizione per il tentato assassinio. Il re, tuttavia, non fu intimidito dalle minacce del giovane romano. La decisione di liberare Muzio e altri prigionieri fu legata a motivazioni strategiche: con l’esercito etrusco costretto a rientrare nelle proprie città per difenderle, Porsenna stipulò un trattato di pace con Roma, poi disatteso. Dopo questi eventi, abbandonò il Gianicolo e fece ritorno a Chiusi.


