Quante cose brutte da vedere a questo mondo. Davanti. Dietro. Reali. Immaginarie. Immaginarie che sembrano reali. Reali che superano l’immaginazione. E toccano il fondo. E scavano nell’inimmaginabile, perfino, dando linfa all’inumano.
Se n’erano accorti degli occhiali. Uno di quegli occhiali da sole che tanto ricordano il mare, la spiaggia, il calore sulla pelle abbronzata, le belle giornate spensierate.
Ma quale abbronzatura. Quale spensieratezza!
Gli occhiali piangevano. Le lenti erano sporche di lacrime. Il non poter far altro che guardare le prosciugava strizzando i bei pensieri come panni bagnati.
Fu così che la lente sinistra se ne andò. Si staccò. Si lasciò cadere. Certo si ruppe. Si frantumò. Ma lo diceva ogni giorno: “Ora basta! Ora basta!”. E un giorno tutto questo le bastò.
Già se n’erano andate le stanghette. Quella testa era un problema e loro non volevano sentirsi complici. “Mai più con questa umanità! Meglio la plastica!” avevano detto e s’erano svitate, svicolando via.
Rimasta sola l’unica lente fu adagiata su un muretto. Fu lesta a voltarsi per guardare il cielo.
Toh! Le nuvole erano zucchero su un celeste pulito. Perché non poteva essere tutto così semplice? Le nuvole, il cielo e dietro, invisibile, quel poco d’infinito che riusciva a scorgere. Quel poco d’infinito su cui puntare il dito.
Cercò di puntare il dito ma si ritrovò appiccicata al marmo di quel piccolo muro. Cos’era? Olio? Cola? Che schifo!
“Dev’essere andata così – pensò. – Anche l’umanità, rimasta impigliata mentre cercava di puntare il dito, deve aver perso di vista l’infinito”.
Rise, la sciagurata, e pianse ancora ma, a dirla tutta, non se n’accorse nessuno tanto era sola.

Favole dell’abbandono: l’unica lente
Quando anche gli oggetti si stancano dell’umanità
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