C’è stato un tempo in cui anch’io ho scelto il rifugio della zona di comfort. La routine, le certezze, quel “si è sempre fatto così” che sembrava garantire serenità. Sembrava, appunto. Perché dentro, anche se non lo ammettevo, si muoveva qualcosa. Un’ombra di insoddisfazione, una voce sottile che sussurrava: “E se ci fosse altro?”
La zona di comfort è come una coperta calda in una notte d’inverno: accogliente, protettiva. Ma, se ci rimani troppo a lungo, finisci per dimenticare che là fuori esistono stagioni diverse, panorami che cambiano. Ti senti al sicuro, certo, ma inizi a percepire che c’è un prezzo da pagare per quella sicurezza: la tua crescita.
Il dolce inganno del “tutto sotto controllo”
Rimanere nella zona di comfort è rassicurante, come quando ero bambina e la domenica mattina avevo sempre lo stesso profumo di caffè e torta appena sfornata. Era un piccolo rito che non cambiava mai, e mi dava pace. Crescendo, ho scoperto che anche la vita si crea dei suoi piccoli riti, ma spesso per paura. Paura di rompere gli schemi, di sbagliare, di trovarsi faccia a faccia con le proprie fragilità. È il dolce inganno del tutto sotto controllo: sai esattamente cosa aspettarti, ma in cambio rinunci a chiederti cosa potrebbe succedere se facessi qualcosa di diverso.
Lo scarto che cambia tutto
C’è stato un momento in cui ho capito che dovevo muovermi. Non per ambizione, non per dovere, ma per una strana forma di gratitudine verso ciò che mi circondava. Se tutto è sacro, come credo, allora anche io devo onorarlo, cambiando qualcosa di piccolo, migliorando il mondo, anche solo un angolo. La zona di comfort, allora, non era più un rifugio: era diventata una gabbia, perché non mi lasciava compiere quel piccolo gesto verso il fuori.
Il primo passo è stato piccolo, come quando ti avvicini a un mare freddo: sfiori l’acqua con la punta dei piedi e ti sembra insopportabile, ma poi scopri che il corpo si adatta. Ho iniziato con cose che mi facevano meno paura: parlare apertamente di un’idea, espormi un po’ di più, accettare un invito che avrei evitato. E ogni volta che osavo, succedeva qualcosa: non sempre bello, non sempre facile, ma sempre vivo.
La magia della vulnerabilità
Ecco il punto: uscire dalla zona di comfort è accettare di essere vulnerabili. È come camminare su un terreno instabile, sapendo che potresti cadere. Ma è proprio lì, in quella fragilità, che trovi ciò che ti rende umano, autentico. Una volta, dopo aver affrontato una di queste sfide, qualcuno mi ha detto: “Non sembravi tu.” E io, dentro di me, ho pensato: “No, ero finalmente io.”
Non è una lotta, ma un equilibrio
Non dico che dobbiamo abbandonare la zona di comfort per sempre. Sarebbe come rinunciare a quella coperta calda che ogni tanto ci serve per riposare. Ma la vera crescita, almeno per me, è imparare a oscillare: un piede dentro, uno fuori. Sentire la sicurezza della casa e l’ebbrezza del vento.
Forse non si tratta nemmeno di “uscire”, quanto di allargare quella zona, un po’ alla volta, come si espande un cerchio nell’acqua. E lì, a ogni nuovo confine superato, si scopre che c’è sempre un panorama diverso ad aspettarci. S.S.C.