Ogni giorno siamo testimoni di una realtà che sembra perdere gradualmente la capacità di comprendere il dolore e il bisogno altrui. Viviamo in un’epoca che, pur avendo a disposizione tutti gli strumenti tecnologici per comunicare, paradossalmente sembra aver perso il contatto con la dimensione più umana della vita. Eppure, c’è una parola semplice, che potrebbe fare la differenza: compassione. Se ciascuno di noi potesse davvero interiorizzarla, non solo a livello intellettuale, ma praticarla nel quotidiano, chissà cosa potrebbe accadere.
La compassione non è solo un atto di empatia, ma una risposta attiva al dolore e alla sofferenza degli altri. Significa sentirsi chiamati a essere presenti, ad ascoltare, a prendersi cura. Non è qualcosa che si fa a parole, ma nei gesti. Quante volte, purtroppo, ci ritroviamo davanti a persone che, pur avendo il privilegio di stare vicino a chi soffre, non sembrano in grado di provare questa comprensione profonda? Persone che, a causa di un’egocentrica impermeabilità o di un narcisismo senza limiti, ignorano le necessità degli altri, nonostante siano sotto i propri occhi. È difficile, ma non impossibile, farsi “pori” degli altri, sentirne la sofferenza e rispondere con azioni.
Ma cosa fare quando il mondo sembra distogliere lo sguardo? Cosa fare quando la narrazione di una società competitiva e individualista ci costringe a pensare che il benessere altrui non ci riguardi? La compassione è il contrario di questo. È un cammino che ci conduce fuori da noi stessi, ci spinge a guardare oltre, a dare valore a chi è vicino a noi, a sentirsi responsabili di un altro essere umano, anche senza che ce lo chieda direttamente. E in realtà, forse la vera domanda è: chi, tra noi, non ha mai avuto bisogno di un piccolo gesto di compassione, di un segno di cura?
Penso che in una società in cui la compassione diventasse una pratica comune, ogni piccola azione potrebbe cambiare le sorti del mondo. Immaginate un mondo in cui, invece di fuggire dalla sofferenza, la abbracciamo con umiltà, offrendo ciò che possiamo, senza egoismi. Non sarebbe questa una forma di felicità autentica, quella che non cerca guadagni personali, ma che dona ciò che di più prezioso abbiamo, senza aspettative?
Se potessimo, per un istante, aprire il nostro cuore alla sofferenza dell’altro e comprendere che nulla di ciò che accade nel mondo è separato da noi, allora forse inizieremmo a cambiare anche noi stessi. Ogni gesto, anche il più piccolo, anche il più semplice, potrebbe essere un atto di compassione che, ripetuto, si diffonde come un seme che germoglia.
In un mondo che sembra dimenticare la bellezza di questo principio, sarebbe un atto di grande coraggio fare nostra questa parola. E non pensiamo che il cambiamento debba essere immediato, per una grande folla. Ogni piccola azione conta. Se anche una sola persona riuscisse a guardare il prossimo con maggiore compassione, sarebbe già un grande passo.
S.S.C.
R.F.
Da Bassetti a Fontana mai sentita questa parola.