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giovedì, Aprile 3, 2025
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La notte del mistero

Il gossip di Cesare Fracassi
Un intreccio di vite e sospetti si dipana in un quartiere avvolto nella nebbia, tra ombre, segreti e un brutale delitto

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Il bancone del bar era vuoto, solo una coppia era appartata a un tavolo in un angolo con due bottiglie di birra e altre due vuote, di cui una era orizzontale sul tavolo, mentre nell’altra erano state spente due sigarette.
Ad un altro tavolo stava seduto Rain, intento a manipolare il suo smartphone. Rain era l’uomo di Giusy, che stava a un isolato dal bar; si erano salutati poco prima, lui l’aveva accompagnata fino alle scale del suo portone.

Le strade della zona erano quasi tutte simili: scalette che portavano al vano scale con balaustre in ferro battuto, e scalette che scendevano da un lato e dall’altro per accedere ai due appartamenti del seminterrato.
A sinistra abitava Rosario, un tassista della city car, e a destra abitava un’intera famiglia di pakistani, ormai da anni residenti in Little Italy.

Giusy stava al secondo piano nel lato destro dell’immobile di otto piani, fornito di un ascensore fatiscente che talvolta si fermava a trenta centimetri dal piano. Avendo due ante manuali, le porte dei piani potevano essere aperte dall’interno senza la giusta posizione; pertanto, nessuno si era dato da fare per accomodarlo o farlo revisionare. Gli ultimi due piani erano stati occupati abusivamente da famiglie di immigrati clandestini ecuadoriani; dal terzo al sesto era adibito a hotel a ore per giovani donne che esercitavano a due isolati più a nord del bar dove Rain si trovava.

Rain portava sempre un cappello a larghe falde e un impermeabile grigioverde di vecchia data. Era alto circa 1,89/1,90 metri, di corporatura atletica, anche se aveva 48 anni, con capelli scuri e baffetti alla comunista italiano, tipo D’Alema, anzi un mediatore di sottomarini, noto playboy della zona.
Giusy, invece, di 42 anni, era una capo-centralinista di un call center per informazioni sulle prestazioni sessuali. Portava una parrucca nera: aveva subito cure chemioterapiche per un melanoma metastatico comparso due anni prima e non operabile. Inizialmente si pensava fosse una tumefazione; la macchia bluastra a cupola le aveva preso il collo dietro, all’inizio del dorso. Il suo corpo e viso erano sempre perfetti, sembrava una modella, e le sue curve si notavano ancora.

Accanto a lei stava il vecchio commerciante Brad, venditore di televisori e telefoni usati, che aveva il negozio in fondo alla strada dell’isolato, di fronte al bar.
Al primo piano dell’immobile vi era un’associazione di volontariato per l’integrazione, che insegnava l’americano parlato.

Nell’ultimo tavolo, prima della toilette, quattro ragazzotti si raccontavano storie di vita e conquiste, alzando il tono della voce, che si interrompeva bruscamente, coperto da risate comuni. Le luci basse e calde davano un effetto caravaggesco alle luci radenti…
Quando uno dei ragazzi, con una camicia blu fuori dai jeans larghi e cadenti, si avvicinò zigzagando al bancone, chiese un nuovo giro di birre che portò aperte al tavolo, stringendole al petto.

“Chi ha suonato il mio campanello?!?” esclamò Giusy entrando all’improvviso nel locale.


LA NOTTE DEL MISTERO – Parte Seconda
Rain sollevò lo sguardo dal suo smartphone verso Giusy, che sembrava agitata, e disse:
“Saranno stati i figli dei pakistani!?”
Giusy rispose: “Ho domandato loro, ma non sono mai usciti di casa!”
Rain: “Con tutto quel via vai di gente che c’è in quel palazzo, chissà chi sarà stato. Ad ogni modo, meglio che tu torni in casa e apri solo a me, se ti telefono!”
Giusy: “Per favore, Rain, accompagnami. Ho paura di trovare qualche malintenzionato!”
Rain: “Ma non hai lo spray al peperoncino…? Va bene, ti accompagno, e mi prenderò un whisky da te!”

Uscirono dal bar, e Rain sentì un brivido freddo percorrere le sue membra: era stato troppo al tepore del bar.
Nel momento in cui si avvicinarono al portone e ancora erano in strada, videro uscire un uomo e una donna che, frettolosamente, scesero la corta scalinata e si dileguarono nella uggiosa nebbia. Giusy aprì l’anta del portone e accese la luce.
Nel pianerottolo antistante l’ascensore vi era un corpo riverso a terra, a faccia in giù. Dal collo, lateralmente, una macchia di sangue si era allargata quasi completamente sul pavimento.
Rain: “Non toccare nulla, Giusy, chiamo la polizia!”
Giusy: “Ma… ma è Brax, il mio vicino!”

Dopo circa una ventina di minuti, arrivò l’ispettore Urey con il viceispettore Collins e gli agenti Martin e la piccola Peggy.
Urey, prossimo al pensionamento, aveva una corporatura appesantita, capo sempre chino, testa grossa, ma occhi celesti che sembravano perforare le pareti per quanto era saggio. Collins, un semplice attendente magro, esile e non tanto alto, era sempre pronto alle richieste del suo superiore.
Gli agenti Martin, un marcantonio con poco cervello, e la piccola Peggy, tutta curve, piantonavano le scale e il portone.

Urey, rivolto a Rain: “Avete chiamato voi la squadra omicidi?”
Rain: “Ho chiamato la polizia, non la omicidi!”
Urey: “È lo stesso. Volevo sapere a che ora avete trovato il corpo.”
Rain: “Circa quaranta minuti fa, quando riaccompagnavo a casa la signora,” rispose, voltando il capo verso Giusy.
Urey: “Avete notato niente di insolito?”
Giusy: “Un uomo e una donna che uscivano in fretta dal portone.”
Rain aggiunse: “Ma non possiamo certo riconoscerli: è buio, c’è la nebbia, e si erano già allontanati dal portone.”
Urey: “Collins, prendi i nominativi di chi abita in questo palazzo!”


IL GIORNO DOPO LA NOTTE DEL MISTERO – Parte Terza
Il corpo di Brad era nello stanzone della morgue, sottoposto ad indagini accurate da parte dell’esperto, dottor Paul Daveroski, della medicina legale della procura generale.
Urey entrò nella sala dell’obitorio, dove Paul era ancora intento al suo lavoro.
Urey: “Paul, c’è qualcosa che mi puoi dire?”
Paul: “Urey, certo. Non è morto per un morso di un vampiro. Gli hanno reciso con un colpo magistrale la giugulare: mano esperta. Non c’è altro da dire, se non che, per bloccarlo, gli hanno messo un panno di cloroformio al naso e alla bocca da dietro, e con la destra hanno inferto il taglio perfetto!”
Urey: “Se c’è qualcosa d’altro che ti sembra attinente all’omicidio, fammi sapere.”

Tornando al comando, nel suo ufficio, il viceispettore Collins entrò con l’incartamento delle notizie e indagini raccolte.
Collins: “Capo, ho l’elenco degli inquilini, ed è veramente un casino. Dal terzo al sesto piano c’è una pensione a ore. Ho i registri: solo tre avventori in una giornata. Gli ultimi piani sono pieni di abusivi, amici di quell’italiana, una certa Silas, che non paga mai gli affitti. Al piano della vittima c’è la signora Giusy Marcos, compagna di quello che ci ha telefonato: Rain Depasqual!”
Urey: “Fatti dare un mandato di arresto per Depasqual. È lui l’assassino!”
Collins: “Ma… ma come fa ad affermare ciò?”
Urey: “È l’autore che me lo ha detto, anche per finirla qui. Ma resta il fatto che, per una notte, è stato un mistero!”

Fine.

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Cesare Fracassi
Cesare Fracassi
Nato ad Arezzo nel 1946, in via Crispi 66, al suono della prima sirena del Fabbricone. Frequentò le elementari a Sant'Agnese, una scuola di vita e di battaglie. Dopo le medie, proseguì con il liceo classico e intraprese studi di medicina e giurisprudenza, completando tutti gli esami di quest'ultima. Calciatore dilettante, fondatore della squadra Tuscar Canaglia, sciatore agonistico e presidente della FISI provinciale. Esperienze lavorative: mangimista, bancario, consulente finanziario, orafo, advisor per carte di credito, ideatore della 3/F Card, registrata presso la SIAE (sezione Olaf n°1699 del 13/4/2000) con il titolo "Global System", agricoltore e, ora, pensionato.
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