Circa 40 anni fa’ in una pizzicheria di Rassina, in piazza, trovai un fiasco di vino con etichetta Dal Pino , imbottigliato in Bagno a Ripoli, lo comprai subito, e lo pagai caro per quei tempi 7mila500lire.
Era il vino di produzione o commercio della famiglia di mio nonno Pietro.
Erano 11 fratelli e sorelle, c’era infatti anche Ottavo, Decio, e ultimo Cesare, il mio ononimo.
Da genie commerciavano in vino e vinsanto, e avevano la cantina a Bagno a Ripoli, vicino a Firenze.
Io ho conosciuto solo una sorella e due fratelli del mio nonno che una volta all’anno venivano a trovarlo, uno di questi, Decio, era spiccicato a lui, solo un po’ piu piccolo, ma uguale aspetto e viso e “chiorba” tonda e grossa.
Una cosa risaltava in mio nonno e particolarmente nel viso, gli occhi grandi e di un azzurro marino, che ti potevano fulminare all’istante.
Braccia e mani da scaricatore di porto, una “labbrata” da quelle palette, avrebbe potuto anmazzare un vitello.
Non mi guardava mai, forse non mi considerava come suo nipotino, io ero uno dei Gamberucci, come diceva la mi nonna Gioconda, facendomi ridere e nel contempo arrabbiare.
I Gamberucci erano i pastori, che stavano nell’altro pendio della collina, la loro casa si poteva vedere dalla finestra di cucina, tanto che il Venerdì al buio della sera, aspettando, in piedi sulla sedia alla finestra del salotto, il lume della vespina del mi babbo, che tornava dopo una settimana di mercati per tutt’Italia, la mi nonna mi diceva che sbagliavo finestra, che il mi babbo era da quell’altra parte.
Ma non era così mi volevano fin troppo bene, ero il più piccolo dei nipoti.
Quando a 6 anni, seduto sulla canna della bici il mi nonno mi portò alla questura, senza pedalare, ma a piedi, perché lui montava solo cavalli e donne, così diceva, mi accompagno’, dicevo, in questura perché avevo rinvenuto, in un anfratto sotto un varco di un campo, una cassetta con bombe di mortaio, sembrava e camminava come se andasse a ricevere il premio nobel, orgoglioso del proprio nipote.
Perito agrario, esperto enologo, ma caoace di farci trovare sempre in tavola pesche dal Giugno al Settembre inoltrato, tanto sapeva innestare, 30 piccoli peschi gli producevano nell’orto.
In campagna, con i nonni, stavamo da Giugno a Novembre fino alla raccolta delle olive, e era un piacere andare a letto con loro nelle prime nottate di freddo.
Mi mettevo al centro di quel lettone nero di ferro pitturato, con paesaggi nevosi e stelline perlate, spingevo il prete fino in fondo al letto e allargavo le gambe ai lati della struttura di legno a cui era aggangiato lo scaldino e guardavo i loro preparativi.
Non esistevano i pigiami per i bambini forse i camicioni, io ero sempre con mutandine e camiciola a maniche lunghe di quella lana marroncina o bianca latte caffè.
La nonna Gioconda, prima si metteva il camicione bianco poi senza mai scoprire una parte del corpo si spogliava, davanti alla consolle con la bacinella stava a lavarsi im viso e le mani, riposava la brocca, con cui aveva portato l’acqua calda del paiolo del focolare e poi scioglieva la crocchia e iniziava con una spazzola, a lisciare quei lunghi capelli bianchi..
Intanto il mio nonno tolti tutti gli indumenti e pure i mutandoni con i nastri, con papala e calzinotti di lana caprina, e camicione fino ai piedi si infilava nel letto dopo aver levato il prete, e in quel momento io godevo di un piacere incommensurabile: il lenzuolo di lino caldo e il peso della coperta e del coltrone mi avvolgevano ed erano come un ritornare nel ventre materno.