IL BUSINESS VA A GASOLIO (E NON È DETTO CHE PARTA)
Arezzo – In Toscana l’impresa tira avanti, ma col bastone. Altro che startup, unicorni e innovazione: qui si va di dentiera, calendario 1978 e “un s’è mai fatto così”. Secondo un’indagine (serissima, purtroppo) pare che quasi il 40% degli imprenditori aretini abbia passato i 60, con punte che fanno tremare il defibrillatore e la Camera di Commercio insieme.
In pratica, se entri in certe aziende e chiedi “chi è il titolare?”, ti rispondono:
“Aspetta un attimo che finisce la pastiglia della pressione”.
La Toscana resta terra di lavoro, sudore e bestemmie ben pronunciate, ma il problema è che a comandare sono sempre gli stessi… dal 1974. Gente che ha visto nascere il fax, sopravvivere al fax e ora guarda l’intelligenza artificiale come fosse Satana col modem.
Ad Arezzo, tanto per non farsi mancare nulla, il 39,7% dei capi d’azienda è over 60. Siena fa peggio, Firenze pure, Livorno non scherza. Insomma, più che distretti produttivi sembrano circoli ricreativi, con pausa caffè lunga quanto la carriera di Baglioni.
Il problema non è l’età, sia chiaro.
Il problema è che nessuno c’ha il cambio.
I figli?
– “Babbo io vado a fare yoga a Berlino.”
– “Babbo io apro un podcast.”
– “Babbo io lavoro nel digitale (ma non si sa bene come).”
E il babbo resta lì, ottantenne, a firmare bonifici, litigare coi fornitori e dire che “senza di me ‘un va avanti nulla”. Spoiler: ha ragione. Ma non è una buona notizia.
Secondo i numeri, c’è pure un 3% di imprenditori sopra gli 80 anni che gestisce ancora tutto. Gente che quando sente “passaggio generazionale” pensa sia un autobus dell’ATAM.
Il rischio? Aziende sane, solide, che chiudono perché nessuno sa a chi lasciarle. Un patrimonio di competenze che evapora più veloce di un mutuo a tasso variabile. E mentre il mondo corre, qui si discute se il computer vada spento la sera “sennò si consuma”.
Gli esperti parlano di opportunità, rilancio, governance, M&A.
L’Ortica traduce:
“O vi decidete a mollare il timone, o affondate tutti insieme, col timbro in mano.”
Perché va bene l’esperienza, va bene la tradizione, va bene anche dire “ai miei tempi”…
ma se i tempi sono ancora quelli, il problema non è il mercato:
è l’orologio.

