Pensava ad un gioco. Marco giocava sempre con lei, fin da quando era piccolo.
Lei era una sedia in una cucina ma era anche stata una montagna da scalare, una grotta in cui nascondersi, un tunnel per il trenino, un garage per il camion dei pompieri. E Marco vi era sgusciato sotto, vi era salito, ci si era arrampicato, ci si era sdraiato con la pancia e con la schiena, ci si era addormentato.
Quando papà Giulio e mamma Giulia – eh sì: avevano lo stesso nome! – avevano comprato la cucina nuova – sedie incluse! – Marco aveva preteso che la sua sedia restasse in cucina. Restasse per lui. Restasse perché era la sua sedia. E lei, quel giorno, aveva saputo di essere preziosa.
Era una sedia vecchia in una cucina nuova ma che importava? Era la sedia di Marco e questo bastava.
Quando papà Giulio disse, senza che Marco potesse ascoltarlo, “Domani gli diremo che sta giocando a nascondino”, lei non pensò affatto a delle brutte intenzioni. Non aveva fatto cenno alle tante occhiate tra papà Giulio e mamma Giulia degli ultimi giorni. Pensò solo quanto piaceva a Marco il gioco del nascondino e quanto piaceva anche a lei.
Papà Giulio la portò in auto una mattina mentre Marco era a scuola. Lei pensò che il gioco del nascondino stesse iniziando.
Fatti alcuni chilometri, in una strada che aveva un po’ d’erba, qualche pianta, quasi un boschetto a lato che scivolava giù in una siepe trattenuta da una grata, papà Giulio la prese e la lanciò tra il verde che nessuno tagliava.
“Che bel nascondiglio!” pensò la sedia. Certo il gioco del nascondino sarebbe riuscito bene!
Quanto tempo può aspettare una sedia che un gioco finisca? La sedia non lo sa ma sa che certo, prima o poi, Marco arriverà.









