Chi è l’aretino? Vediamone le caratteristiche

L’aretino dev’essere nato ad Arezzo, bianco, figlio di genitori bianchi nati anche loro ad Arezzo e nipote di nonni nati in città o nelle campagne della val di Chiana aretina.

L’aretino deve mangiare la panzanella, la minestra di pane (guai a chiamarla ribollita) e la bistecca bassa (no quella fiorentina, per carità).

Deve apprezzare i fagioli, il sugo di coniglio, quello di nana e d’ocio, ma sopratutto le salsicce (che deve chiamare anche rocchj).

L’aretino doc non deve conoscere la storia della propria città, né aver mai visto le opere d’arte che contiene, se non per avere assistito a qualche messa in chiesa.
Non deve assolutamente sapere chi sono stati Giorgio Vasari e Pietro Aretino e men che meno conoscere nei dettagli la storia della Madonna del Conforto (che però deve venerare come fosse la mamma).

E’ essenziale, per essere definibili aretini, gettare cicche e rifiuti vari per strada, non parlare alcuna lingua straniera e parcheggiare a cazzo.

Ma sopratutto per essere considerati aretini veri occorre partecipare in continuazione a feste culinarie e trattare male gli stranieri, che siano italiani o meno.
Bisogna anche lamentarsi in continuazione, sopratutto del governo, ma anche del comportamento degli extracomunitari in generale, tranne quelli che conoscono personalmente.
L’aretino considera facenti parte della categoria degli extracomunitari anche i romeni, ma non gli statunitensi o gli svizzeri.

Chi risponde a tutte queste caratteristiche può essere considerato aretino, mentre gli altri vanno rimandati a casa propria, anche se non ce l’hanno.

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Pietro Aretino
« Qui giace l'Aretin, poeta Tosco, che d'ognun disse mal, fuorché di Cristo, scusandosi col dir: "Non lo conosco"! » (Ironica epigrafe indirizzata all'Aretino da Paolo Giovio[1]) È conosciuto principalmente per alcuni suoi scritti dal contenuto considerato quanto mai licenzioso (almeno per l'epoca), fra cui i conosciutissimi Sonetti lussuriosi. Scrisse anche i Dubbi amorosi e opere di contenuto religioso, tese a farlo apprezzare nell'ambiente cardinalizio che a lungo frequentò.

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