Afflitti dal buonismo ci meritiamo di essere magnanimi non vendicativi

Stiamo in un mondo, e in una città, in cui ci sono (non) molti di noi che pensano che, oramai, la speranza di andare avanti insieme, allo stesso passo in un progresso di conquiste sociali collettive, è persa.

In un presente in cui sindacati e partiti, governi ed istituzioni di ogni ordine e grado, differentemente a prima, hanno ridimensionato la visione generale, dimensionandola su tutto ciò che è individuale in termini di diritti generali.

Per cui, ad esempio, succede che una città come Arezzo veda l’ingente mobilitazione di forze dell’ordine e di un complesso logistico indispensabile a consentire a 7mila di noi, venuti da più parti della nostra regione nella nostra città, di marciare in nome delle proprie certezze rivendicative e delle loro aspettative di autodeterminazione.

Mentre quelle del numero corrispondente in termini di famiglie ai 100.000 aretini quanti siamo, non trovano spesso e volentieri neanche una via traversa per essere rappresentate neppure a livello allegorico.

E’ mai possibile che, in un’Italia come questa, l’unico legame collettivo sopravvissuto alla coazione di pensare tutti quanti nello stesso modo individuale sia il castigo e la pena?

Possibile che siamo arrivati al punto di scambiare un accanimento per la giusta punizione inflitta ad un big mafioso come Riina.

Ex capo dei capi oggi minato irrimediabilmente nella cella in cui è rinchiuso, spezzato nel corpo e nello spirito da una malattia ingravescente come la patologia che toglie l’ultimo barlume di cervello ai nostri genitori anziani e li conduce ad una morte contro la quale l’unica consolazione, da dare a loro, è il proprio letto e non un ospizio?

Nessuno dei nostri vecchi ha commesso i delitti di Riina. Gli omicidi e le stragi. Come Capaci. E Falcone, la sua scorta, non ebbero alcuna consolazione di essere assistiti dai propri cari, nell’umanamente fatidico momento del trapasso.

Eppure se i suoi assassini e, soprattutto, il mandante Riina, semmai avrebbero meritato di essere messi a morte, noi tutti, e la memoria delle loro vittime innocenti, non meritiamo di volerlo far morire in una cella.

Non meritano il compimento di una scelta vendicativa e di accanimento dello Stato. Essendo il castigo implacabile ciò che non dovrebbe essere la Giustizia in nome di noi che siamo il Popolo Italiano.

Il Riina che si sta spegnendo – come molti di noi vedono spegnersi il genitore in analoghe brutte condizioni ingravescenti di salute, fisica e mentale – non è il mandante delle bombe a Firenze. Ai Gergofili.

E’ un individuo trasformato. Non da pentimento ed espiazione. Sì dal morbo. A causa del quale il mafioso ha perso definivamente la coscienza. Mai posseduta nella sua sanguinaria carriera organizzata malavitosamente. E come persona la cognizione di sé. Incluso le efferatezze indicibili commesse durante la sua esistenza mafiosa.

In un Paese come il nostro stupidamente buonista il più della volte e sempre più spesso individuale anche in materia di diritti sociali e generali, in cui il ristabilimento dell’ordine non dovrebbe mai essere travisato per vendetta, non ci meritiamo un caso Riina rinchiuso in un cubo di cemento armato e non tra pareti in cui ci sia il suo letto di morte.

Ci meritiamo di essere magnanimi.

 

 

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Felice Cini
Mi piacerebbe essere Tristano ma sono Felicino, vorrei essere qualcuno ma sono nessuno. Mi piacerebbe raccontare qualcosa di buono ma non ho argomenti. Vorrei un argomento positivo sul mondo che ci circonda ma non mi piace granché ciò che ci circonda. Scrivo su l'Ortica per la mia passione per ciò che non va bene. Mi assomiglia.

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