Insegnare lettere

La fortuna di insegnare Lettere è quella di insegnare domande, cercare di coltivare e diffondere (se ci sei veramente riuscito, tu – domanda beffarda e sublime – non lo saprai peraltro quasi mai) dubbi, vertigini, spaesamenti, quelli che nascono anche o soprattutto dagli attriti e dalla pluralità di prospettive.
Gli opposti che si attraggono, o meglio: che convergono, si dicono qualcosa, ti dicono qualcosa, se va proprio grassa ti squarciano qualche velo di epidermide. Ieri pomeriggio mi ero preparato una lezione, con tabelle e mappe concettuali, sui principali complementi nella grammatica italiana, sforzandomi di renderla interessante.

Poi nella notte è successo quel che è successo, tu lo hai appreso solo stamattina en passant, non c’era tempo di approfondire dovevi andare a scuola e hai letto le prime informazioni di servizio, vaghe approssimative e confuse. Ammetto: soprattutto hai letto il solito ignorante giustizialismo che Facebook rende soltanto più pronunciato.
Il problema è che credi che insegnare sia un po’ come andare a fare un lungo viaggio in una terra ignota: puoi essere organizzato e rigoroso quanto ti pare, ma l’imprevisto è sempre in agguato e se non sai improvvisare, o quantomeno se non sei nemmeno aperto a tale evenienza, quello fa presto a ghermirti.

Cosa cazzo me ne frega dei complementi? Come potranno essere utili, per non dire interessanti, se per primo a me, oggi, non dicono nulla? Se non li faccio oggi, poi non è che mi entreranno trenta esercizi di analisi logica in meno? Il complemento di specificazione risponde a di chi di che cosa, e quindi? Mi sono fatto queste domande e mi sono risposto: Che palle la grammatica esatta e le figure retoriche a menadito! Stamattina non ho voluto insegnare, non ho fatto il mio dovere. L’ho preso come il mio personale minuto di silenzio.

Allora ho improvvisato e mi sono inventato altro: ho creduto che di retorica e di buoni pensieri la scuola sarebbe stata piena, stamani. Ormai mi sento di conoscerla, e interpretarla, bene – limiti suoi e non meriti miei – e non mi sbagliavo: multiculturalità, educazione alla tolleranza, i termini più gettonati nelle varie circolari che sono passate. Ho creduto che si dovesse andare più a monte, abbandonare la strada diretta e prendere la laterale, se possibile tangente; quindi non il santino dell’Islam, il pamphlet sulla complicità dell’Occidente, la lettura critica della Fallaci, la preghierina più o meno laica, e via dicendo.

Ho creduto che cercare di comprendere, iniziare a farlo qui e ora, i fatti ma anche le persone e le loro ragioni, comprendere gli altri prima di giudicarli, ascoltarli e ascoltarsi tutti insieme, potesse, e possa, essere un punto d’inizio vagamente decente. Nemmeno lontanamente la soluzione, ma una domanda-stimolo forse sì. Quindi sono tornato al mio grande amore, il Cinema, e ho fatto vedere “La parola ai giurati” (1957) di Sidney Lumet, che con Parigi, l’Isis, Charlie Hebdo e i “bastardi islamici” (vergogna!) non c’entra niente.

C’entra, molto più semplicemente, con l’essere e con il restare umani – peraltro in un bianconero ricco di struggenti gradazioni di grigio di Boris Kaufman. L’ho introdotto appena, ho vagamente spiegato i motivi per cui lo stavo mostrando, ma perlopiù ho voluto che “arrivasse”; e non so come, non so perché, né so se è vero o se è tutta una mia fantasia, fatto sta che sono tornato a casa con la sensazione che, pure nella società afasica e balbettante di oggi, una nitidissima scrittura e delle immagini eloquenti non abbiano bisogno di preamboli. Di preamboli complemento di specificazione. Specie i miei.

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Giannino Stoppani
Giannino Stoppani è insegnante, scrittore, sceneggiatore e critico/giornalista. Ha collaborato con il Pesaro Film Festival. Ha pubblicato con Falsopiano. Ha curato per anni la collana di cinema Bietti Heterotopia. Ha lavorato come aiuto regista e assistente di produzione in Italia e negli Stati Uniti. Come membro Fipresci continua a seguire festival e rassegna internazionali di cinema (Egitto, India, Svizzera). Vive orgogliosamente ad Arezzo.

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